Henri Cartier-Bresson: di chi si tratta?

I reportage di Cartier Bresson per l’agenzia Magnum partono dalla città proibita di Pechino all’Unione Sovietica, passando per gli ultimi attimi della Seconda Guerra mondiale. Il Messico degli anni ‘60 e l’India di Gandhi. Fino ai cortili di Roma, la Spagna della guerra civile, l’America disperata della Grande Depressione. Si cammina tra immagini così celebri da essere entrate nell’immaginario collettivo, diventando microstorie in bianco e nero. Sono pigre domeniche di Parigi, con le famiglie sedute in riva alla Senna. E’ la solitudine struggente e perfetta della metropoli, quella di un uomo e di un gatto seduti in un vicolo di New York. E sono le strade acciottolate del centro Italia, dove le donne di una volta, vestite di nero, portano sulla testa vassoi di biscotti. Cartier Bresson amava dire che il fotografo deve cercare l’istante decisivo, quello che da solo sa raccontare il gesto minimo e la grande storia. Ed è sempre l’uomo, al centro della sua fotografia. Nei celebri ritratti di Faulkner e Sartre, ad esempio. E nelle foto degli Stati Uniti, dove si può morire soli su un marciapiede, alle spalle della sacra finanza di Wall Street.
La mostra presenta anche il volto privato di Cartier Bresson, «al di là del mito che gli si è costruito intorno» secondo Robert Delpire, curatore dell’esposizione. Ritratti da bambino, da prigioniero in Germania durante la seconda guerra mondiale, fino ai momenti più intimi e recenti.
Carlos Fuentes vedeva le sue immagini come unica alternativa «alla morte, alla religione, all’indifferenza e alla paura. Un’altra scelta che permette all’uomo di non chinare il capo e di non scansarsi senza mostrare il viso.»
Il primo pensiero che scaturisce osservando le stampe originali nella prima sala del Forma nasce dalla sorpresa nello scorgere le date degli scatti, anni '30... anni '4o ... si sussegueno meravigliando per l'attualità che trasmettono. Scatti senza tempo dove i personaggi sembrano attori perfetti che interpretano il secolo scorso immortalati per sempre dal maestro del '900.
Henri Cartier-Bresson è stato definito l'occhio del secolo e, effettivamente, nessuno come lui ha saputo condensare nella sua vita e negli anni di intensa attività fotografica e artistica, un'osservazione sempre puntuale e profonda, attenta e originale, sul mondo intorno a sè, i protagonisti, gli avvenimenti principali ma anche i piccoli, apparentemente insignificanti ma densi di vita, attimi decisivi che lui 'e solo lui' riusciva a cogliere con la sua macchina fotografica quando, come affermava, si riesce a mettere sulla stessa linea di mira il cuore, la mente e l'occhio.
For me the camera is a sketch book, an instrument of intuition and spontaneity, the master of the instant which, in visual terms, questions and decides simultaneously. In order to “give a meaning” to the world, one has to feel involved in what one frames through the viewfinder. This attitude requires concentration, discipline of mind, sensitivity, and a sense of geometry. It is by economy of means that one arrives at simplicity of expression.
To take a photograph is to hold one’s breath when all faculties converge in a face of fleeing reality. It is at that moment that mastering an image becomes a great physical and intellectual joy.
To take a photograph means to recognize – simultaneously and within a fraction of a second– both the fact itself and the rigorous organisation of visually perceived forms that give it meaning.
It is putting one’s head, one’s eye, and one’s heart on the same axis.
[fotografia]